Effetti del cambiamento climatico sulla psiche

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Siamo esseri umani e siamo limitati dalla nostra fisiologia e dalle nostre capacità cognitive. Per esempio, per vedere al buio dobbiamo accendere le luci; per stare sott’acqua abbiamo bisogno di bombole d’ossigeno; riusciamo a ricordare solamente 7 cose alla volta (più o meno) prima che scompaiano dalla memoria a breve termine.

Un altro importante elemento è che siamo mortali e abbiamo un limitato numero di anni, da cui la nostra idea di futuro e programmazione nel futuro è fortemente influenzata. Pianificare il domani, il dopodomani, il prossimo mese, anno, la vita dei nostri figli, quella dei nostri nipoti. E poi?
Può la nostra mente quantificare le ere geologiche? Dare un senso ai milioni di anni prima e dopo di noi? Di fronte a queste cifre, le nostre capacità fanno davvero fatica.

Forse è per questo che non siamo in grado di capire realmente che il pianeta su cui abitiamo, Terra, non è statico ma, come tutto nell’universo, è cambiato e continuerà a cambiare, sebbene molto lentamente. Moltissime le variabili che hanno innescato i cambiamenti, dall’ordine microscopico (formazione dell’ossigeno, per esempio) all’ordine astronomico (come la quantità di luce solare che arriva fino a noi).

Tra questi due ordini troviamo anche quello umano: sì, anche le attività umane hanno un’influenza su Terra. Le prove scientifiche che siamo soprattutto noi umani la causa del riscaldamento globale sono inequivocabili. Consapevoli o no, volenti o nolenti, siamo stati capaci di cambiare il clima di un pianeta oltre le normali fluttuazioni. E se questo può all’inizio dare un senso di onnipotenza, immediatamente dopo si scontra con il timore che, no, non abbiamo il potere o la tecnologia per invertire i cambiamenti che ci vengono prospettati: innalzamento del livello dei mari (con conseguente cancellazione di ampi tratti di costa), estinzione di parte della flora e fauna marina, aumento degli eventi climatici estremi come uragani e trombe d’aria, scioglimento della copertura di ghiaccio e neve e riduzione dell’acqua potabile. Le conseguenze per la popolazione umana sarebbero molto serie: meno spazio, meno acqua potabile, meno cibo, meno igiene e mortalità a seguito del diffondersi di infezioni.

Di fronte a una tale mole e portata negativa di informazioni, potremmo reagire negando il problema. Attenzione: qui non si parla di negazionismo (portare prove a sostegno dell’assenza di cambiamenti climatici), bensì di evitamento del problema. Ma non tutte le negazioni sono uguali:
Apatia: l’idea del cambiamento climatico ci colpisce emotivamente ed inconsciamente, quindi ci sentiamo distaccati dal problema.
Evitamento: siamo consapevoli del rischio, dunque evitiamo volontariamente di farcene carico.
Impotenza: vediamo il problema come insormontabile, allora ci convinciamo che qualsiasi azione sia inutile.

Quest’ultimo tipo di negazione attinge alla “teoria dell’impotenza appresa” di Seligman (e colleghi): se l’esperienza ci dice che i nostri tentativi non risolveranno il problema, non faremo nulla anche se ci viene data possibilità di risoluzione. Di fronte alla scala planetaria del problema, non ci si sente forse piccoli e, per questo, impotenti?

Il 9 giugno si è tenuta a Leiden (Paesi Bassi) il simposio “Klimaatstemming” (“Accordo sul clima”) in cui Jaap van der Stel (Assistenza Sanitaria Mentale, Hogeschool Leiden) ha richiamato l’attenzione di tutti i professionisti della salute mentale: anche se riusciremo a fatica ad adattarci alle dure condizioni di vita, qual è la spesa in termini di disagio mentale di un’intera specie messa in ginocchio? In poche parole, il riscaldamento globale ha anche un costo sociale che spesso non viene considerato. Secondo il ricercatore, potremmo assistere all’aumentare di disagi psicologici dovuti a depressione, ansia, lutto complicato per la perdita di persone care e le nostre abitudini e certezze, problemi nelle relazioni sociali. Teniamo a mente, per esempio, cosa sta accadendo alle popolazioni recentemente colpite da alluvioni (Livorno), terremoti (Umbria, Messico) o uragani (Florida). Van der Stel sottolinea quindi come sia necessario che le politiche per il clima includano anche il lavoro dei professionisti della salute mentale che, da parte loro, devono entrare nel dibattito pubblico e far sentire la loro voce con i legislatori.

Jamie Esler (al centro) sviluppa l’Outdoor Studies Program. MUST CREDIT: Photo for The Washington Post by Rajah Bose

Quali sono quindi i campi di intervento e le risorse da sviluppare?
conoscenze: i dati scientifici e le azioni efficaci per dare il nostro contributo
flessibilità: il cambiamento fa parte della vita
capacità di coping: capiamo come far fronte a questi cambiamenti invece di subirli
senso di efficacia: abbiamo avuto il potere di arrivare a questo punto, lo abbiamo anche per cambiare il futuro.

Infine, ma forse più importante di tutto perché tutto ingloba, senso di appartenenza planetaria. In questo, i nostri smartphone ne sono i migliori alleati, in quanto ci ricordano ogni giorno che siamo parte di una vasta rete che connette miliardi di persone, una cosa inimmaginabile solo una generazione fa. Sentirsi terrestri, prima ancora che italiani, tedeschi o cinesi, raffonza quel senso di “uno per tutti, tutti per uno” che ci dà la motivazione a stringere i ranghi non contro qualcosa o qualcuno, ma per noi stessi, per il pianeta meraviglioso che ci ospita e che, a nostra conoscenza è l’unico che ospiti la vita nell’intero universo. Sicuramente l’unico che, al momento, possa ospitare noi esseri umani.

Il comune sforzo di adattamento psicologico e tecnologico è la chiave. Quindi alla conclusione di questo articolo si ritorna al concetto espresso all’inizio: lungimiranza. Abbiamo bisogno di politiche lungimiranti, coraggiose e responsabili; abbiamo bisogno di programmare un graduale, necessario e ragionevole costo da pagare nell’immediato futuro per permettere a questa e le prossime generazioni di ridurre un enorme costo finale del cambiamento climatico, costo anche psicologico che farà la differenza tra agio e disagio.

Dopotutto, se siamo stati così bravi da creare l’Antropocene (l’era dell’uomo), sono assolutamente convinto che saremo anche in grado di far fronte alle sfide che la nostra specie si trova di fronte.