Far fronte alla crisi mondiale

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Nel giorno in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti consente la parziale entrata in vigore del Travel Ban, a pochi giorni dalla Giornata Internazionale di Prevenzione del Genocidio, nel bel mezzo del clamore mediatico, “la domanda chiave è stata ignorata: i migranti islamici sono davvero la più grande minaccia di terrorismo all’Unione Europea?”
Nel suo studio all’Università dell’Essex, Margherita Belgioioso mostra che la maggioranza degli attacchi terroristici in Europa tra il 2014 e 2015 è avvenuta per mano di organizzazioni europee (come la Continuity Irish Republican Army) e sono stati anche gli attacchi con più vittime (radicali antigovernativi locali e xenofobi caucasici).
Le organizzazioni islamiste come Al-Qaeda o ISIS sono responsabili del solo 3,89% degli attacchi.
Quelli classificati come “terroristi islamici” sono per 83,3% cittadini europei e nati in Europa; di questi, solo l’11% sono immigrati clandestini, mentre il 5,5% sono immigrati regolari. Questo dato è importantissimo e suggerisce che il problema non viene con i rifugiati che scappano dalle zone di guerra.

Come mai, allora, la maggior parte delle persone associa gli attacchi terroristici in Europa con la crisi dei migranti?

Belgioioso puntualizza che, al contrario, gli studi confermano che l’arrivo di migranti porta invece ad un minore livello di attacchi terroristici: queste persone sono molto spesso loro stesse vittime del terrorismo che ha provocato la guerra e la distruzione nel loro Paese.

Angelina Jolie, ambasciatrice dell’UNHCR (UN Refugy Agency) enfatizza proprio questo: i governi, nel trovare l’equilibrio tra i bisogni dei loro cittadini e le nostre responsabilità internazionali, devono prendere decisioni basandosi sui fatti, non sulla paura.
E’ la paura (e la demagogia e gli interessi di chi guadagna da una situazione di instabilità internazionale) a tenere fuori dai nostri confini persone (anche bambini) considerati pericolosi basandosi su dati geografici o religiosi.
E’, al contrario, dovere dei nostri governi quello di fare le dovute ricerche per accertare l’identità dei richiedenti asilo e fornire supporto e aiuto medico a chi ne ha bisogno. Questo, per la maggior parte, avviene già (per sapere della procedura nei Centri di Identificazione ed Espulsione e nei Centri di Accoglienza, guarda qui).

Ci sono più di 65 milioni di profughi nel mondo, lo stesso numero della popolazione italiana. Pensateci: è come se ci fosse una gravissima guerra che costringe tutti gli Italiani, tutti, a fuggire, lasciarsi il proprio Paese distrutto alle spalle, e cercare aiuto nel resto del mondo. Forse, in questo modo, la portata del disastro umanitario ci è più comprensibile.

Quello che non può essere comprensibile è chiudere le porte e cacciare le persone via, sulla sola base di provenienza geografica o credo religioso. Questa è una discriminazione inaccettabile in un pianeta che, grazie alla tecnologia, diventa al contrario sempre più unificato. Nella più grande crisi umanitaria dal secondo conflitto mondiale, è doveroso ricordarci che, proprio per mantenere la sicurezza nelle nazioni, abbiamo creato standard e regole internazionali e nazionali. Cosa succederà, continua Jolie, se creiamo dei profughi di serie B? Se decidiamo che i profughi di religione islamica sono meno meritevoli di protezione e assistenza?

Chiudere le porte e diffondere l’idea di “noi vs loro” non rende le nostre case più sicure.
Quello che i nostri governi sono chiamati a fare, conclude Jolie, è trovare le cause di questa instabilità internazionale, quelle situazioni che danno spazio e ossigeno a gruppi come l’ISIS.

E come dovremmo comportarci noi, semplici cittadini di un mondo in mutamento: è nel nostro interesse quello di ricordarci i valori di inclusione, uguaglianza e di respiro internazionale che fanno parte della nostra identità di cittadini italiani, europei, terrestri. Questi valori, non bruciare i banani di fronte al Duomo a Milano. Dalla Luna, i confini tra le nazioni non sono visibili. Da lassù, divisioni per colore della pelle, lingua, credo religioso, non hanno senso. Se qualcuno ci guardasse dallo spazio cosmico, non noterebbe grande differenza tra noi e le scimmie o i maiali; solo osservando attentamente, potrebbero distinguere la vita vegetale e quella animale.
Se siamo riusciti a costruire ed ottenere qualcosa come specie, come ci ricorda Jeremy Rifkin, è soprattutto per un particolare che non è solo umano: l’empatia, ovvero la capacità di comprendere gli stati d’animo degli altri e di avere una risposta adeguata. Il fondamento della civiltà è basato sul pensiero che, nel caso del bisogno, un nostro simile capirà quello che ci sta accadendo, saprà come ci si sente in quella situazione e farà qualcosa per alleviare le nostre sofferenze e risolvere il problema. Questo è quello che tiene insieme la famiglia, la comunità, le comunità.

Dobbiamo decidere, ogni giorno, cosa fare del privilegio per la prima volta raggiunto dalla nostra civiltà, ovvero poter essere informati su quello che succedere nelle varie aree del pianeta Terra, poter vedere immagini praticamente in diretta, poter usare gli onnipresenti smartphone per connetterci istantaneamente con quello che accade ad un nostro simile in qualche altro luogo.
Questa è la risposta alla domanda “E io come posso far fronte a questa crisi mondiale?“.

 

 

Foto di copertina: Antonio Masiello (fonte)