Se Julia Roberts e Hugh Jack si mostrano senza trucco

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Molti di noi possiedono profili su molti social media, siano essi Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, ecc. Un oceano di persone che parlano, fanno commenti, dicono la loro e spesso superano il limite tra rispetto e la mancanza di questo: l’identità, anzi, le indentità virtuali che ci creiamo ci fanno sentire come tutelati e supportati a poter dire quello che vogliamo senza le conseguenze che arriverebbero se quelle parole fossero dette a degli sconociuti per strada con la stessa veemenza, con la stessa aggressività. All’improvviso le regole civili insegnateci dai nostri genitori si smaterializzano come se a parlare non fossimo noi, come se a parlare fosse il nostro avatar. Ma il nostro avatar non esisterebbe se non ci fossimo noi dietro a tirare le fila e, dunque, il nostro avatar siamo noi stessi. Siamo noi a usare un linguaggio spigoloso, ad essere verbalmente violenti, ad apparire arrabbiati, meschini e giudicanti.
E nessuno di noi, popolo della rete, è esente dai pallettoni con cui sembrano carichi certi commenti in quanto, per ogni cosa che viene pubblicata (commento, foto, video, ecc.), siamo passibili di giudizio.

In un’intervista diretta da Oprah Winfrey e pubblicata pochi giorni fa sulla rivista di moda Harper’s Bazaar, l’attrice Julia Roberts parla di una sua disavventura in rete.

«È successo qualcosa recentemente sul profilo Instagram di mia nipote Emma che penso mi abbia insegnato molto su cosa voglia dire essere una persona giovane nella società di oggi. Un weekend Emma aveva dormito da me e ci siamo alzate e stavamo bevendo un tè e giocando a carte e passando questa bella mattina e poi un paio di giorni dopo lei ha postato una foto di noi.»

 

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Un post condiviso da Emma Roberts (@emmaroberts) in data:


Come dicevamo, Julia Roberts si è macchiata del peccato di aver osato apparire inadeguatamente in pubblica piazza, dove è stata puntualmente punita. L’attrice racconta, infatti, del «numero di persone che si sono sentite assolutamente obbligate a parlare di quanto sembrassi orribile nella foto, che non sto invecchiando bene, che sembro un uomo, perché mai dovrei pubblicare una foto così dove appaio così orribile! E sono rimasta sorpresa di come mi abbia fatto sentire. Sono una donna di 50 anni e so chi sono e tuttavia i miei sentimenti sono rimasti feriti. Ero rattristata che le persone non riuscissero a vedere il perché di quella foto, la dolcezza, l’assoluta gioia splendente di quella foto. Ho pensato “E se avessi 15 anni?”».

Se avessi 15 anni saresti alla mercé di questo mondo virtuale che, al contrario di quello reale, ti rincorre fino alla tua stanza da letto, anche se ti chiudi a chiave: puoi persino spegnere lo smartphone e allontanarti dal PC ma quel mondo virtuale sarà lì ad aspettarti e quello che troverai scritto contro di te rimarrà in eterno: per sempre nella memoria da sistema binario di internet, per sempre inciso nella memoria organica del tuo cervello. L’onta rimarrà come la lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne e sarà evidente come in evidenza sarà stato il tuo outfit sbagliato, la tua posa non costruita.

In rete esiste una enorme pressione all’apparire sempre al massimo della forma, sempre tirati a lustro come fossimo pronti a partecipare ad un matrimonio, mai un passo falso, arrivando a ritoccare digitalmente le foto per apparire più magri, più alti, più giovani. Esistono sulle app tutti i filtri possibili e immaginabili, come il cosiddetto “filtro bellezza” che farebbe apparire più patinati della copertina di Cosmopolitan. Tale imperativo grava soprattutto sulle donne e in particolare sulle donne dello showbiz ma basta fare un giro su Instagram per notare una infinita vetrina di gente in posa, gente che fa cose meravigliose, gente in posti esotici, gente con vestiti ricercati, gente che dimostra la metà dei propri anni perché essere giovani è un requisito anche per lavori che non hanno bisogno di gente giovane.

Eppure c’è chi non cede a tutto ciò e mostra i propri difetti o, meglio, si mostra com’è naturalmente, anche con quelle sfumature che ormai vengono considerate impurità della bellezza. L’ultimo è l’esempio di Hugh Jackman, indimenticabile Wolverine di X-Men: superata la metà di secolo, possiede l’autoironia necessaria a pubblicare su Twitter uno scatto senza tutti i requisiti delle foto da internet, quindi niente presa dall’alto per non far vedere il doppiomento, niente filtro, nessuna luce studiata, nessuna pettinatura da tappeto rosso e senza smoking. L’attore, infatti, appare come un uomo qualunque nel bel mezzo di un pisolino pomeridiano, un’immagine dai colori verghiani se fosse stata scattata in un brullo e assolato paesaggio meridionale. A didascalia della foto, Jackman scrive “Quando la gente ti dice “Non sembri un cinquantenne”, una parte di te ci crede… finché non ti vedi mentre dormi“.

Forse è questo il trucco, mostrare quello che illogicamente si vuol cancellare, ostentare quello che gli altri temono e nascondono. Difetti e debolezze umane che ci rendono preziosi ed unici e non la solita copia di un fotomodello che beve una birra vestito all’ultima moda nel posto più glamour dell’estate in corso. Rifiutarsi di omologarsi e, anzi, far vedere quell’unicità che ci rende saporiti alla vita. Quelle foto in cui siamo venuti male, in cui esce fuori l’espressione che odiamo, la ruga che ci perseguita da anni, l’imperfezione dentaria che non ci farebbe apparire in uno spot di dentifrici. Tutte cose che, se viste tra amici, ci farebbero ridere a crepapelle. Una risata seppellirà la pericolosa monotonia di questa società dell’apparire. Qualcuno ci prova e, quando quel qualcuno è famoso come Julia Roberts o Hugh Jackman, possiamo porgere i nostri ringraziamenti. Per azioni come queste, oggi, non ci sono parole, solo applausi.
Essere normali è il nuovo essere straordinari.