Davvero questa scuola divide i ricchi dai poveri?

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È di queste ore la notizia della scuola a Roma che divide gli alunni a seconda della classe sociale.
Stiamo parlando dell’Istituto Comprensivo “Via Trionfale” che, nel sito, ha presentato i quattro plessi in cui è suddiviso come se fossero destinatari di utenze diverse dal punto di vista della fascia socio-economica, usando parole come “alta borghesia” e “colf, badanti, autisti, e simili” (vedi foto).


Queste parole hanno sollevato numerose polemiche e prese di posizione, incluse quella dell’Associazione dei presidi e la ministra all’Istruzione Lucia Azzolina. I genitori intervistati parlano di differenze non notate nelle classi, di parole da condannare o sfortunata scelta di termini per rappresentare la pluralità della scuola. Comunque sia, L’Istituto ha oggi cancellato le frasi condannate.

Al di là delle intenzioni di chi ha scritto quel testo, gli atteggiamenti classisti a scuola che conseguenze possono avere sul futuro dei nostri figli?
Questa è una ghiotta occasione per parlare degli stereotipi basati sulla classe sociale e come questi contribuiscono a mantenere la disuguaglianza, argomento interessantissimo trattato da due ricercatrici tra le quali la dott.ssa Federica Durante dell’Università di Milano-Bicocca.

Gli stereotipi sono idee generali che ci facciamo, basate su esperienza diretta e indiretta, opinioni personali e opinioni degli altri. Sono ipergeneralizzazioni con le quali classifichiamo il mondo intorno a noi per aiutarci a identificare un evento, capire se si tratta di qualcosa di benefico o un’eventuale minaccia, prevederne l’esito e quindi guidare il nostro comportamento.
Sono enormi calderoni in cui ci entra di tutto e che dunque non tengono conto delle differenze, le quali hanno bisogno di più tempo per arrivare alla nostra attenzione. È come se dicessimo che un minestrone si fa con le verdure ma, guardando bene nella pentola, noteremmo che ci sono legumi, cereali, tuberi, spezie, erbe, ecc.

La classe sociale è un sistema di classificazione delle persone sulla base dell’accesso a risorse materiali, sociali e culturali. Queste categorie non definiscono solo la persona ma anche quello che gli altri si aspettano da lei (per es., carattere, scelte di vita, ambizioni, comportamento, ecc.). Tutto questo ha un’influenza sul modo in cui la persona percepisce sé stessa ed entra in relazione con gli altri.
Cosa dicono questi stereotipi? Le persone di classe socio-economica bassa (CSEB) sarebbero pigre, dipendenti da sostanze, incompetenti. Tuttavia la CSEB è associata anche a calore, amichevolezza, affidabilità.
Le persone di classe socio-economica alta (CSEA) sono invece percepite come intelligenti, competenti, ambiziose, fredde, indipendenti.

Già da piccoli apprendiamo certe differenze legandole a determinate caratteristiche. I bambini sotto i 6 anni sanno classificare le persone come ricche o come povere; a 6 anni, pensano che i ricchi siano più competenti dei poveri. In questa fascia d’età sviluppiamo una preferenza per gli amichetti ricchi, collegandolo a competenza scolastica e popolarità. In età da scuola media, i bambini sono consapevoli della propria classe sociale e, da adolescenti, spiegano la ricchezza con il duro lavoro e la povertà con fattori sociali.
Anche i bambini appartenenti a CSEB hanno una preferenza per “i ricchi” o gradiscono meno “i poveri”.

Effettivamente le persone benestanti tendono ad avere un quoziente intellettivo più alto e risultati migliori ad uno dei test più diffusi per l’ammissione ai college nordamericani, il SAT (Scholastic Aptitude Test). Lo stereotipo vuole che i genitori di CSEB valorizzino meno lo studio e la cultura o abbiano meno tempo per stare dietro ai figli. Questo è un fenomeno che deve essere approfondito. Si è notato, infatti, che questi risultati possano essere influenzati dal fatto che domande sul proprio livello socio-economico siano fatte all’inizio dei test o che i questionari dichiarino da subito l’intento di valutare questo aspetto.
Ciò è importante in quanto gli stereotipi possono essere interiorizzati. Vuol dire che se il mondo intorno a me pensa che io non possa avere voti alti a causa del lavoro di mio padre, questo può influenzare la mia autostima e far avverare la profezia. Gli stessi insegnanti possono risentire di questi stereotipi nel trattare gli studenti.

La notizia sulle affermazioni poco chiare e di possibile lettura classista di questo istituto romano sono state l’occasione per parlare, ancora una volta, di stereotipi. Come detto all’inizio, essi sono meccanismi molto utili, in un primo momento. Occorre essere sempre consapevoli che si tratta di ipergeneralizzazioni e, dunque, il secondo passo è quello di andare a cercare tutti gli aspetti che smentiscono lo stereotipo. In quanto è fin troppo facile essere attirati da tutti quegli aspetti che lo stereotipo, al contrario, lo confermano, con conseguenze sul nostro benessere e quello degli altri.