Nora e Gregory Bateson, Monet e un nuovo modo di fare psicologia

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Domenica 19 novembre 2017 si è tenuto a Roma un workshop teorico esperienziale di Nora Bateson organizzato dall’Istituto Italiano di Psicoterapia Relazionale. Il prof. Giovanni Madonna ha presentato l’illustre ospite internazionale con parole cariche di stima e affetto, sottolineando come Nora abbia ereditato dal padre tutta la grazia che richiedono gli argomenti che questa straordinaria famiglia porta avanti ormai da più di un secolo, a partire da nonno William Bateson che fu il primo ad utilizzare la parola “genetica”.

Mentre la registra, scrittrice ed insegnate californiana parlava, era come avere anche il padre lì in sala con noi: Gregory viene nominato di continuo, così che si assiste ad un dialogo fatto di quello che è stato già detto e quello che ancora si può costruire a partire da esso.

Gregory Bateson (antropologo, psicologo, cibernetico), noto per aver sviluppato la teoria del doppio legame, ha dato un enorme contributo all’applicazione della teoria dei sistemi in ambito antropologico e psicologico. Egli non era interessato a specializzarsi in un campo ristretto ma allo sguardo d’insieme, ad una struttura dinamica più ampia, attraverso il riconoscimento e la consapevolezza di quella “trama che connette” le forme viventi tra loro. Non c’è nessun fondamento oggettivo nella distinzione tra un organismo e il suo ambiente “esterno”: in realtà, esiste un continuum inscindibile tra organismo e ambiente.

Non a caso l’intervento di sua figlia Nora parte dalla foto di un fiore di campo. Seppure percepito come semplice, quel fiore è un essere estremamente complesso, nato e sviluppatosi in un’intensa rete di scambi con l’ambiente esterno. Nora conia e usa il termine “symmathesys” (apprendimento reciproco) per quanto riguarda i sistemi viventi, in cui vi è un continuo processo di calibrazione delle relazioni. Questo processo, che avviene su innumerevoli piani simultaneamente, è assolutamente necessario in quanto l’alternativa è l’obsolescenza e, in definitiva, la morte.

Proprio per questa caratteristica dei sistemi viventi, studiarne un solo aspetto è un’operazione scientifica non scevra dal rischio di riduzione meccanicistica. Cercare di semplificare è un’operazione attiva di tracciamento di confini. Tuttavia, occorre sempre tenere a mente che quei confini non esistono, bensì li abbiamo tracciati noi per esigenze legate alle nostre limitate capacità. Solo essendo consapevoli di ciò possono esserci utili perché visti come uno sfumato terreno di scambio tra le parti.

Volendo studiare l’individuo, come si fa a segnarne il perimetro, quando il suo corpo è in continuo scambio di aria, fluidi e DNA con il resto dell’ambiente, la sua personalità nasce e si sviluppa in una cultura, i suoi limiti all’interno di una biologia ancorata alle condizioni planetaria in cui ci siamo evoluti? In altri termini: riusciamo a vedere il problema del pensiero lineare applicato ad un mondo fatto di cerchi?

Lo scienziato, e quindi anche lo psicologo, dovrebbe seguire l’esempio di Monet. Un quadro dell’artista francese, che da lontano offre un soggetto ben riconoscibile, se visto da vicino mostra di essere fatto da piccole macchiette di colore: uno zoom su un dettaglio del quadro e non si ha più alcun indizio su ciò che è rappresentato. Monet però non aveva pennelli lunghi tre metri: la sua mente aveva la capacità focalizzarsi sia sulla singola macchiolina che sulla sua relazione con le altre per poter rappresentare una scena unitaria.

L’approccio dello psicoterapeuta dovrebbe dunque essere quello dell’estetica ecologica, dove i dati raccolti non possono essera solamente quelli quantitativi, ma anche quelli caldi, qualitativi, percepiti da diversi osservatori e nel corso del tempo, dato che le relazioni, per esistere e svilupparsi, hanno bisogno di tempo, cioè del cambiamento. Il processo stocastico ci mostra la via, ovvero dando spazio all’imprevisto, alle componenti casuali e, dunque, alla creatività.

Con una dimostrazione esperienziale, Nora ci insegna che non si può intervenire su un solo aspetto, come per esempio fa un ministro dell’Istruzione sul percorso scolastico per creare cambiamenti nella prossima generazione. Sarebbe come bonificare un’isola e aspettarsi che un’altra diventi improvvisamente vivibile e salubre. L’intervento deve avvenire sul sistema e, prima ancora che l’intervento, l’osservazione deve essere sistemica.

Il workshop prosegue tra teoria e toccanti aneddoti di vita con cui Nora spiega il punto di vista del padre sul mondo. Come quello dell’autostoppista che gli puntò il coltello contro chiedendo soldi: Gregory, senza il minimo accenno di paura, chiese “Come ti sei infilato in questo casino?”. L’uomo abbassò il coltello e cominciò a raccontare della sua vita. È a questo punto che Nora ci mostra la foto di un bell’albero alto e dritto, seguita dalla foto di un albero della stessa specie ma contorto: proprio come succede nel caso di un disturbo di personalità o una dipendenza, per esempio, non possiamo intervenire solo sul problema ma dobbiamo chiederci qual è il contesto di relazioni in cui quell’albero ha imparato a vivere e, per sopravvivere, è dovuto crescere contorto.

Questo era il modo in cui Gregory vedeva il mondo, compresi gli altri esseri umani. Indossare le sue lenti ha lo stesso vissuto affascinante e potente degli abitanti di Flatland alla vista del mondo a tre dimensioni.

 

 

RIFERIMENTI:
Il libro “Verso un’ecologia della mente” di Gregory Bateson
Il film diretto e prodotto da Nora Bateson sul pensiero del padre
Gregory Bateson e lo stile della ricerca scientifica
La presentazione del workshop
“Flatland” di Edwin Abbott Abbott
L’Istituto di Psicoterapia Relazionale a Roma